19/05/2017
La parentesi del “Fatto”, la rivendicazione di “Repubblica” e “i segreti degli altri”

Note in margine alle pubblicazioni di intercettazioni coperte da segreto.

Nella edizione on line di ieri il Fatto Quotidiano riportava così la notizia del suo giornalista sottoposto ad indagini dalla Procura della Repubblica di Roma per la pubblicazione delle note intercettazioni del caso Consip coperte da segreto: “Marco Lillo indagato dalla Procura di Roma. Dà notizia dell’iscrizione (coperta da segreto), l’agenzia di stampa Ansa in uno dei lanci di ieri sull’inchiesta Consip…”.

Colpisce la notazione contenuta tra parentesi, che induce a porsi domande sul suo significato: si è voluto stigmatizzare la pubblicazione di una notizia effettivamente segreta circa l'iscrizione di un indagato (poco probabile, visto il curriculum del Fatto), si è voluto segnalare pubblicamente una notizia di reato a carico del giornalista dell’ANSA  oppure si è inteso applicare al proprio mestiere di giornalista (e di editore) una sorta di chiamata in correità di stampo craxiano: che volete da noi, così fan tutti?

Probabilmente le ultime due assieme: il Fatto si sente libero di scrivere apertamente che anche altri editori e giornalisti commettono le stesse violazioni della legge penale (art. 684 c.p.) e della legge penale processuale (art. 114 c.p.p.), assumendo che esista una sorta di impunità di “funzione di informazione”.

Ma non è tutto. La stessa edizione on line interviene per rivendicare la pubblicazione, doppiamente segreta perché in violazione anche della norma che impedisce l'ascolto delle comunicazioni tra difensore e proprio assistito, di una conversazione tra l’avvocato di Tiziano Renzi e il suo cliente.

 Il direttore di Repubblica, questa mattina, con un editoriale titolato “Separazione dei doveri”, rivendica la commissione del reato di pubblicazione arbitraria di atti coperti da segreto e di fatto istiga a ripeterlo: la tesi è  quella per cui il giornalista deve pubblicare tutto ciò che gli arriva, si provveda semmai a fare in modo che gli investigatori non facciano trapelare all'esterno quel che è coperto da segreto. Il che non significa però che i giornalisti debbano essere considerati “la buca delle lettere della Procure” (excusatio non petita?).

Fermo il riconoscimento che la stampa  è potente (spesso assai di più di altri potenti rispetto a cui assume di essere il cane da guardia dei cittadini),  ha un ruolo essenziale e va rispettata, non si può non rilevare come l’editoriale tradisca un approccio autoritario alla questione. Mesi fa, l’avvocatura penale intervenne a difesa del segreto delle fonti giornalistiche violato nei confronti della trasmissione “Piazza pulita”, proprio perché la tutela dei segreti a presidio di funzioni essenziali alla democrazia appartiene al suo DNA. Cosa avrebbe detto la stampa se la Procura che violò tale segreto avesse invocato, come il direttore di Repubblica nel titolo dell’editoriale sopra menzionato, “la separazione dei doveri” per rivendicare quella perquisizione presso “Piazza Pulita”?

Perchè mai la violazione del segreto tra avvocato e suo assistito (quotidianamente realizzata dalla Procure pure con il vergognoso avallo di decisioni giurisprudenziali), avviene nel silenzio della stampa e addirittura, in questo caso, con il suo consenso, nonostante le ripetute denunce dell’avvocatura? Perché tanto disprezzo, anche da parte della stampa, per i diritti costituzionali che presidiano la funzione difensiva? Perché la censura (salve poche encomiabili eccezioni) nei confronti di un report dell’UCPI che anni fa documentava l’ascolto sistematico dei colloqui dei difensori?

E, ancora, perché nessuna riflessione sulla costante consumata violazione della legge penale che tutela il segreto degli atti dei processi penali (che non sono solo le intercettazioni)?

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria e l’Unione delle Camere penali non chiedono ai giornalisti  di autocensurarsi ma li richiamano a non violare le leggi penali che tutelano la segretezza dell’indagine e i diritti fondamentali delle persone indagate o imputate nei procedimenti penali.  

Il direttore di Repubblica ha una singolare impostazione che si fonda su una pretesa e del tutto infondata  impunità del giornalista: il reato sarebbe solo del pubblico ufficiale. Ma cosa accade se – come denunciato dall’Osservatorio sull’Informazione giudiziaria – l’informazione giudiziaria è ormai un flusso indistinto senza soluzione di continuità, tra fonti investigative e giornalisti?

E perché nessuna riflessione sul fatto che la cronaca giudiziaria è ormai divenuta caccia grossa fuori da ogni regola e l’analisi critica è del tutto assente (ci venga fatto qualche esempio di fuga di notizie che sia servita “criticamente” a mettere in dubbio le indagini e non a sponsorizzarle)?

Insomma, troppo facile e ipocrita dare tutte le colpe agli investigatori e invocare una regolamentazione di un contesto che si è contribuito a creare, con la caccia agli spifferi delle Procure, con l’adesione acritica sulle tesi d’accusa, con le distorsioni informative di una cronaca giudiziaria che, operando dal buco della serratura delle intercettazioni, sembra disdegnare ogni approccio critico sulle vicende processuali.

Roma, 19 maggio 2017

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane