24/07/2017
L段nformazione giudiziaria, Sciascia, il garantismo, la mafia a Roma, il circo mediatico giudiziario: non tutte le Procure riescono col buco.

La recente sentenza romana sulla cosiddetta mafiacapitale ha suscitato le più varie reazioni, tanto da rendere inevitabile tentare di fare il punto su quello che ha rappresentato, da parte di una Procura che molti qualificano più “sobria” di molte altre, uno dei processi mediatici giudiziari più noti degli ultimi anni. L’aspetto più rilevante della sentenza romana è la netta sconfessione della impostazione della Procura di Roma quanto alla qualificazione mafiosa dei fatti, nonché la sinergia di fatto instauratasi con una rilevante parte dell’informazione giudiziaria, tutta diretta a sostenere la mafiosità del milieu dell’indagine. E su questo sembra opportuna una riflessione, che prescinde anche dagli eventuali futuri sviluppi del processo nei gradi successivi. Nell’indagine romana c.d. mafiacapitale, e nella informazione fornita dai media, si è trovata conferma, salve encomiabili eccezioni, dei fenomeni denunciati dall’Osservatorio nel recente libro bianco presentato nel novembre scorso: l’approccio colpevolista dei titoli e dei contenuti degli articoli, l’asse informazione/procure (“l’informazione giudiziaria è la prosecuzione dell’inchiesta giudiziaria con altri mezzi”); il disinteresse informativo per gli sviluppi del dibattimento; la discesa in campo, nel settore comunicativo, degli organi di investigazione con la redazione di preoccupanti video propagandistici, i cosiddetti trailers giudiziari. Suscita preoccupazione il difetto di riflessione critica che i mezzi di comunicazione manifestano in ordine alla politica giudiziaria messa in campo dalla Procura di Roma negli ultimi anni: quella contrassegnata, a dire del settimanale L’Espresso, dal “metodo Reggio Calabria”. E cioè, tra l’altro, dall’utilizzo ormai sistematico e a “a raffica” dello strumento illiberale e non garantito delle misure di prevenzione, dall’ascolto delle conversazioni avvocato/indagato in violazione del segreto professionale etc. Insomma, manca una riflessione di buona parte dell’informazione, “cane da guardia” del potere, su una politica giudiziaria condotta nel segno del sacrificio delle garanzie difensive e del rispetto della presunzione d’innocenza, e caratterizzata dall’uso dilatato degli strumenti inquisitori, tra i quali il tentativo (fallito, a tenore della decisione del Tribunale di Roma) di ampliare i meccanismi premiali per incontrollate delazioni.  In allegato una articolata riflessione dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

La recente sentenza romana sulla cosiddetta mafiacapitale ha suscitato le più varie reazioni, tanto da rendere inevitabile tentare di fare il punto su quello che ha rappresentato, da parte di una Procura che molti qualificano più “sobria” di molte altre, uno dei processi mediatici giudiziari più noti degli ultimi anni.

Su tale indagine l’organo inquirente romano, come legittimo, ha speso maggiormente la propria immagine, anche contribuendo sensibilmente ad alimentare il c.d. circo mediatico giudiziario[1], contrariamente a quanto si intende far ritenere (da ultimo con le interviste del 22 luglio del dott. Pignatone a La Repubblica e Corriere della Sera).

Variegati i commenti, dunque, anche diretti ad esaltare l’esito processuale e ad attaccare l’informazione codina (es. “Il Foglio” del 22 luglio: “No ai pappagalli dei pm”) e a criticare, opportunamente, “il pensiero unico” (il segretario dell’UCPI, Francesco Petrelli su “il Tempo” del 23 luglio 2017), ma quello più in voga, per gli esegeti delle Procure in generale e di quella romana in particolare, è che l’opinione pubblica sia tratta in inganno da una lettura “vecchia” e culturalmente arretrata della mafia, che non solo esiste (anche) a Roma, ma cui è stato fatto “un regalo” dalla sentenza del Tribunale.

Addirittura, il Presidente della Commissione Antimafia Bindi è giunta ad auspicare l’appello contro la sentenza e a stigmatizzare le capacità tecniche del Tribunale, ottenendo una dura e condivisibile risposta da parte della Camera Penale di Roma (AGI, lancio d’agenzia del 22 luglio, ore 22,31).

E ancora, a titolo di esempio, il direttore del settimanale L’Espresso, periodico che ha lanciato l’inchiesta in tandem con la Procura capitolina (12 dicembre 2012, “I quattro Re di Roma”), arriva ad invitare i lettori, per capire la mafia a Roma, a rileggere Leonardo Sciascia e il suo “Giorno della civetta”.

Va detto, in proposito, che, fino a qualche tempo fa, Sciascia era bandito dall’informazione per le sue ben note e fastidiose posizioni “garantiste”; oggi qualcuno, pare, invita alla sua lettura senza sforzarsi di capirlo.

Sciascia, cui si deve, appunto, (anche) la meritoria e rigorosa opera di denuncia della mafia, aveva però ben chiara la differenza tra il fenomeno sociale e l’azione giudiziaria, tanto che è un fuor d’opera ricordare la polemica sui professionisti dell’antimafia dalle colonne del Corriere della Sera, la sua difesa della presunzione di innocenza e la denuncia del “tintinnare delle manette” e contro l’adozione di leggi speciali da lui condotta anche in Parlamento[2], fino a scrivere: “La democrazia non è impotente a combattere la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette, come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano, saremmo perduti irrimediabilmente. Come nemmeno il fascismo c’è riuscito”.

Ma, detto questo, e lasciando al loro destino i professionisti dell’informazione, non si può evitare di evidenziare come l’aspetto più rilevante della sentenza romana sia la netta sconfessione della impostazione della Procura di Roma quanto alla qualificazione mafiosa dei fatti[3] nonché della sinergia di fatto instauratasi con una rilevante parte dell’informazione giudiziaria, tutta diretta a sostenere la mafiosità del milieu dell’indagine.

E su questo sembra opportuna una riflessione, che prescinde anche dagli eventuali futuri sviluppi del processo nei gradi successivi.

Qualche giorno fa, mentre questo Osservatorio rivendicava il rispetto delle regole del gioco processuale finanche nei confronti di chi delle fughe di notizie e delle “indiscrezioni” aveva fatto strumento di consenso per le proprie inchieste giudiziarie e la propria professione giornalistica, qualcuno lanciava –sulla stampa- una lettura bilanciata delle vicende a latere del c.d. “caso Consip/Scafarto”.

Secondo tale lettura, ad una procura napoletana asseritamente dedita alla indiscrezione giudiziaria, si contrapponeva la sobrietà e serietà di un’inchiesta romana sulle fughe di notizie e le violazioni del segreto.

Duole doversi precisare che non è così, e che un’analisi di politica giudiziaria sull’informazione relativa alle ultime inchieste nella capitale dimostra, purtroppo, come la difesa degli organi inquirenti romani, nel loro approccio mediatico/giudiziario, rappresenti un riconoscimento fuorviante.

Ciò a partire proprio dall’indagine culminata nel processo da poco concluso, condotta di fatto parallelamente anche in sede giornalistica, con la qualificazione mafiosa dei fatti contestati “lanciata” dai mezzi di comunicazione anche tramite l’ossessionante e ripetitiva trasmissione delle immagini della “cattura” del principale imputato e tracimata, nel tempo, con anticipazioni di notizie di ogni tipo, quasi sempre di segno accusatorio[4].

All’atto degli arresti del dicembre 2014 sono stati diffusi in rete e sulle televisioni, con il “logo” del ROS Carabinieri, non soltanto le immagini dell’arresto del principale imputato e della sua uscita, in manette (il che come noto non è consentito: art. 114 co. 6 bis c.p.p.[5]), dalla Caserma Parioli dei Carabinieri, ma anche i trailers giudiziari –video comparsi sempre con il logo dei ROS- con la trasmissione della registrazione dei dialoghi di numerose intercettazioni telefoniche, in contrasto con la norma di cui all’art. 114 c.p.p.[6].

Del resto, il testo di conversazioni intercettate è stato pubblicamente letto, nel corso della conferenza stampa convocata da inquirenti e investigatori il 2 dicembre 2014, da un procuratore aggiunto; nel corso della medesima conferenza si dava per acquisita la connotazione mafiosa degli arrestati, e non è sembrato vi fosse traccia dell’adozione “delle misure necessarie per garantire che, nel fornire le informazioni ai media, le autorità pubbliche non presentino gli indagati o imputati come colpevoli, fino a quando la loro colpevolezza non sia stata legalmente provata. A tal fine, gli Stati membri dovrebbero informare le autorità pubbliche dell’importanza di rispettare la presunzione di innocenza nel fornire o divulgare informazioni ai media, fatta salvo il diritto nazionale a tutela della libertà di stampa e dei media”. Se è vero che queste parole sono contenute nella direttiva del Parlamento europeo del marzo 2016, non v’è dubbio che princìpi simili, sulla necessità del rispetto della presunzione d’innocenza, siano ricavabili anche da precedenti pronunzie della CEDU.

Insomma, nell’indagine romana c.d. mafiacapitale, e nella informazione fornita dai media, si è trovata conferma, salve encomiabili eccezioni, dei fenomeni denunciati dall’Osservatorio nel recente libro bianco presentato nel novembre scorso: l’approccio colpevolista dei titoli e dei contenuti degli articoli, non a caso più marcato –secondo i dati raccolti proprio nel periodo di sviluppo del processo mafiacapitale- nelle redazioni locali dei grandi quotidiani nazionali, più “vicine” agli investigatori; l’asse informazione/procure (“l’informazione giudiziaria è la prosecuzione dell’inchiesta giudiziaria con altri mezzi”)[7]; il disinteresse informativo per gli sviluppi del dibattimento[8]; la discesa in campo, nel settore comunicativo, degli organi di investigazione con la redazione di preoccupanti video propagandistici, i cosiddetti trailers giudiziari.

In definitiva, dunque, l’analisi di una parte della stampa circa la presunta sobrietà della Procura della Repubblica di Roma e/o degli investigatori, rischia di rivelare l’inconsapevolezza circa la necessità di condurre le inchieste secondo modelli più rispettosi della riservatezza delle persone e dei parametri invocati in sede sovranazionale (da ultimo, e solo da ultimo, dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 2016/343 del 9 marzo 2016 sulla necessità da parte degli organi inquirenti e investigativi, e in generale, delle pubbliche autorità, di rispettare la presunzione di innocenza degli inquisiti anche nella comunicazione esterna ai media[9]).

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E tale situazione trova riscontro e conferma anche in altre indagini della Procura capitolina, che qui si menzionano esemplificativamente ma non esaustivamente (questo Osservatorio, ad esempio, si è occupato, in alcuni documenti, dell’inchiesta sulle c.d. “tangenti ANAS”: cfr. documento del 22 ottobre 2015, a p. 171 del “Libro bianco sull’informazione giudiziaria in Italia[10]”).

Caso significativo, in proposito, è l’indagine sul sindaco della città, Virginia Raggi.

Un’analisi dei connotati investigativi/informativi di tale inchiesta sembra dimostrare che la sequenza delle indiscrezioni, certamente non tutte costituenti violazione del segreto, pare rivelare il procedere sinergico di investigatori e organi di informazione (posto che filtrano quasi sempre notizie in danno degli indagati), che appartiene a pieno titolo alla logica delle investigazioni mediatiche che si riscontrano, in genere, in ogni parte del territorio nazionale.

Solo esemplificando, il Corriere della Sera del 17 gennaio 2017[11], prima dell’interrogatorio di Virginia Raggi, è in grado di riferire cosa sarà contestato al sindaco; nell’articolo de “La Repubblica” del 24 gennaio 2017 viene reso noto il testo di alcuni messaggi di una chat tra Raggi e Marra e tra il dipendente comunale Romeo e Marra[12].

Fissato l’interrogatorio il 2 febbraio 2017, ad interrogatorio in corso e immediatamente dopo, filtrano sulla reta domande e risposte del sindaco. La giornalista Annalisa Chirico denuncia: “La divulgazione, a interrogatorio in corso, di fatti coperti dal segreto istruttorio pone delle domande serie sulla efficienza del nostro sistema di giustizia. Qualcuno dovrebbe spiegare per quale oscuro potere di chiaroveggenza due testate giornalistiche, L’Espresso e il Fatto quotidiano, abbiano pubblicato ieri, nelle stesse ore dell’interrogatorio, notizie relative alle nuove contestazioni che i pm capitolini Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio muovevano al sindaco della città, Virginia Raggi, in un luogo top secret. Una esclusiva succulenta, ma a quale prezzo? Com’è possibile che i giornalisti entrino in possesso di segreti d’ufficio in modo da aggiudicarsi uno scoop su un interrogatorio ancora in corso? Se la chiaroveggenza non c’entra, in un Paese in cui vige l’obbligatorietà dell’azione penale – conclude la Chirico – gli autori delle fuoriuscite dovrebbero essere immediatamente indagati per rivelazione del segreto istruttorio. Virginia Raggi, come ogni cittadino, ha diritto all’assoluto rispetto delle proprie garanzie”.

La Procura respinge l’addebito, e tuttavia, il 2 febbraio 2017, giorno dell’interrogatorio, L’Espresso on line, nel pomeriggio, sembrava avere pubblicato notizie sull’interrogatorio in corso[13], notizie preannunciate da un tweet delle 17.41 (+++Quella polizza da 30mila euro per Virginia #Raggi: il regalo del fedelissimo Romeo alla sindaca+++ @EmiFittipaldi).

Dell’inizio dell’interrogatorio, l’ANSA, alle precedenti 16,07 del 2 febbraio, aveva dato l’annuncio.

La Procura, sulla richiesta di chiarimenti in proposito proveniente dal Ministro della giustizia emette un sibillino comunicato, così riportato dalle agenzie di stampa: “Ho chiesto delucidazioni a Giuseppe Pignatone sull’interrogatorio di otto ore a Virginia Raggi e sulla diffusione delle risposte da parte dei media a interrogatorio ancora in corso”: lo ha detto il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, a Porta a Porta in onda su Raiuno. Di tutta risposta sono arrivate le parole del Capo della Procura di Roma che ha affermato, con una nota, che “per quanto riguarda l’interrogatorio del sindaco Virginia Raggi non si è verificata nessuna violazione del segreto investigativo ma, come documentato, la diffusione di notizie, in parte anche inesatte o prospettate in via ipotetica, da parte di persone non tenute al segreto”. Dal comunicato si evince inoltre che il Procuratore della Repubblica ha già dato tutti i chiarimenti richiesti dal ministero della Giustizia in ordine alle notizie di stampa sul procedimento a carico del sindaco Virginia Raggi”.

Il 14 febbraio 2017 viene “anticipato” sul Corriere della Sera on line un sms relativo a un messaggio di Di Maio alla Raggi su Marra[14]; e nello stesso articolo on line compare una excusatio della Procura sulla non violazione del segreto[15].

Lo stesso giorno, “Il Fatto Quotidiano” on line pubblica un articolo con l'intero testo dello scambio di messaggi tra Raggi e Di Maio divulgato dagli stessi per sconfessare quanto era stato in precedenza oggetto di pubblicazione e che riguardava una chat tra Raggi e Marra[16].

Sul Corriere della Sera del 16 febbraio 2017, vengono pubblicate alcune risposte del dipendente comunale Romeo all'interrogatorio (puntualizzando, però, che gli inquirenti non gli credono) ed alcune notizie: tra queste, l'accensione di una terza polizza da parte del Romeo con beneficiaria la Raggi e lo svuotamento di una cassetta di sicurezza da parte dello stesso Romeo il giorno dopo l'arresto di Marra[17].

Sta di fatto che l’inchiesta –violazione o meno di segreti- è tutta un fiorire di flash accusatori, e procede –in chiave prettamente colpevolista- parallelamente sui mezzi di informazione, secondo il modello comune al circo mediatico giudiziario più volte denunciato dai penalisti italiani, dal quale non sembra affatto che la Procura capitolina si distacchi.

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Ma anche l’inchiesta c.d. “Consip-Scafarto”, contrapposta per serietà, secondo alcuni media, alla procura napoletana, non lascia tranquilli sulla impostazione investigativa e informativa (ed è ovvio che, anche in questo caso, come in quelli precedenti, si prescinde dal merito della vicenda giudiziaria).

Così, il 18 maggio 2017, gli articoli dei quotidiani on line riportano ampiamente notizie tratte dall’interrogatorio dell’indagato, certamente non costituenti violazioni del segreto alla luce della norma colabrodo e comunque disapplicata di cui all’art. 114 c.p.p., ma altrettanto certamente fatte filtrare solo in danno dell’inquisito e funzionali ad uno dei consueti processi a mezzo stampa tipici di una parte della nostra cultura informativa.

E ancora, “La Stampa on line” riporta il virgolettato (questo sì in violazione dell’art. 114 c.p.p) di un brano di un’intercettazione di Scafarto e dei passaggi dell’interrogatorio da lui reso[18].

Su “Repubblica on line” del 9 giugno 2017 si riportano passaggi dell’interrogatorio di Scafarto e si riportano i virgolettati, in violazione dell’art. 114, II co. c.p.p., di alcuni messaggi dell’indagato[19].

Su un blog informativo, “Nextquotidiano”, in un articolo del 27 giugno, si rende noto che Scafarto ha inviato delle mail a dei suoi colleghi dei servizi con notizie, probabilmente penalmente irrilevanti, derivanti dall'indagine Consip[20].

Infine, nel descrivere la fuga di notizie del 21 dicembre oggetto dell’indagine, e che ora coinvolge il magistrato Woodcock e la cronista Sciarelli, il Corriere della Sera del 28 giugno 2017 dà conto, il giorno dopo il diffondersi della notizia della loro iscrizione nel registro ex art. 335 c.p.p. (diffusione avvenuta intorno alle ore 14 del 27 giugno da parte delle agenzie di stampa), di elementi di prova difficilmente noti agli indagati ex artt. 114/329 c.p.p. –contatti telefonici qualificati come “non abituali”; risultanze di tabulati di molti mesi etc.-: “L’iscrizione del generale Tullio Del Sette sul registro degli indagati (insieme al ministro Luca Lotti e all’altro generale Emanuele Saltalamacchia) è avvenuta la mattina il giorno prima, il 21, dopo che la sera del 20 l’ex amministratore delegato di Consip Luigi Marroni aveva svelato quei nomi ai carabinieri del Noe e al pm napoletano Henry John Woodcock. Il quale, sempre il 21, ha trasmesso gli atti a Roma. Dunque tutto si consuma quel giorno, lo stesso in cui compaiono «numerosi» contatti telefonici tra il giornalista de Il Fatto autore dell’articolo e Federica Sciarelli, la giornalista Rai amica di Woodcock. Non abituali, visto che dai tabulati non risulterebbero telefonate tra i due nei mesi precedenti. Lo studio ulteriore dei contatti sia della Sciarelli che di Woodcock ha portato il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi, insieme al capo dell’ufficio Giuseppe Pignatone, a ipotizzare che attraverso quelle telefonate si sia potuta veicolare la notizia che il 21 dicembre conoscevano pochissime persone, tra cui il pm napoletano (soprattutto per il particolare dell’iscrizione sul registro degli indagati)”. 

Ecco che dunque, anche in questo caso, l’asse mediatico giudiziario, in una nemesi che tuttavia non soddisfa in alcun modo, va a colpire taluni di coloro che di tale asse, in passato, si sono giovati.

E l’informazione, ancora una volta, senza filtro critico, e a prescindere da violazioni del segreto, si limita a far trapelare ciò che gli investigatori desiderano, e comunque, ogni volta, a sostegno dell’accusa.

In conclusione, suscita preoccupazione l’impostazione mediatica della Procura capitolina, sebbene negata, non diversamente dalle prassi di altre procure.

E preoccupa anche, quanto a buona parte della stampa, il difetto di riflessione critica che i mezzi di comunicazione manifestano in ordine alla politica giudiziaria messa in campo dalla Procura di Roma negli ultimi anni: quella contrassegnata, a dire del settimanale L’Espresso, dal “metodo Reggio Calabria”. E cioè, tra l’altro, dall’utilizzo ormai sistematico e a “a raffica” dello strumento illiberale e non garantito delle misure di prevenzione, dall’ascolto delle conversazioni avvocato/indagato in violazione del segreto professionale etc.

Insomma, manca una riflessione di buona parte dell’informazione, “cane da guardia” del potere, su una politica giudiziaria condotta nel segno del sacrificio delle garanzie difensive e del rispetto della presunzione d’innocenza, e caratterizzata dall’uso dilatato degli strumenti inquisitori, tra i quali il tentativo (fallito, a tenore della decisione del Tribunale di Roma) di ampliare i meccanismi premiali per incontrollate delazioni.

Roma, 24 luglio 2017

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane

 

[1] tale espressione non è utilizzata in modo insultante, ma si riferisce al fenomeno informativo descritto nel pamphlet “Il circo mediatico giudiziario” (“Du cirque mèdiatico-judiciarie et des moyens d’en sortir”; Editions du Seuil, Paris, 1994), descritto dal suo autore francese, Daniel Soulez Larivière.

[2] “dare alla polizia più poteri e ai colpevoli pene più dure non farà diminuire di un millesimo i fenomeni delinquenziali…leggi speciali e poteri più ampi fanno demagogia e sono, oltre che inutili, ovviamente pericolosi per noi cittadini…” (Intervento alla Camera dei Deputati il 19 dicembre 1979).

[3] in ogni caso, non interessa qui discettare delle responsabilità, accertate dal Tribunale o da accertare nei gradi successivi: il problema è quello del metodo delle inchieste mediatiche

[4] affinché sia chiaro, quel che ad avviso dell’Osservatorio “non va bene”, prescinde dalla violazione del segreto: ché se anche la disposizione di cui all’art. 114 c.p.p. venga in ipotesi formalmente rispettata, ciò non toglie che le anticipazioni che arrivano alla stampa sono quasi sempre di segno accusatorio, dirette alla compromissione mediatica anticipata della figura dell’indagato di turno, e cominciano a preparare il terreno (come segnalato nel “Libro bianco” dell’Osservatorio) al “successo” della tesi accusatoria (il che, per una volta, non è accaduto).

[5] in ordine alla non consentita consegna di un DVD a un giornalista con le immagini di alcuni arresti da parte dei ROS Carabinieri di Genova, cfr. il provvedimento dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali n. 165 del 18 maggio 2012. In ogni caso, i princìpi della Direttiva del Parlamento europeo 353/2016 secondo i quali “le autorità competenti dovrebbero astenersi dal presentare gli indagati o imputati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di coercizione fisica, quali manette, gabbie di vetro o di altro tipo…” potevano già dirsi acquisiti da una lettura dei principi elaborati dalla Commissione europea per i diritti dell’uomo.

[6] al secondo comma si chiarisce che vi è divieto di pubblicazione anche parziale del testo, anche se non del contenuto, una volta caduto il segreto per essere l’atto divenuto noto all’indagato.

[7] con la particolarità di un’inchiesta che viene anticipata, con esplicite lodi agli investigatori ed al c.d. “metodo Reggio Calabria”, dalle colonne di un settimanale, riferendo evidentemente, tra l’altro, notizie collegabili a procedimenti in fase di indagine oltre che, pare, ad alcune fonti riservate del cronista, oggetto di imprecisato riscontro.

[8] bisogna dare atto che questo non è accaduto, ad esempio, per il quotidiano “La Repubblica”.

[9] per un interessante inquadramento dogmatico della presunzione di innocenza, da rispettarsi non solo all’interno delle procedure giudiziarie ma anche della “società civile”, si legga l’interessante contributo della prof.ssa Giulia Mantovani a pag. 127 del “Libro bianco sull’informazione giudiziaria in Italia”.

[10] con uno “scoop” del Corriere della Sera on line furono immediatamente pubblicati “in esclusiva” dei video che documentavano la “spettacolare” irruzione delle forze dell’ordine nella sede ANAS avvenuta il mattino stesso dello “scoop”.

[11] “Interrogatorio e poi richiesta di giudizio immediato. Il giorno dopo la consegna dell’avviso a comparire a Virginia Raggi, i magistrati della Procura di Roma tracciano il percorso dell’inchiesta sulla nomina di Renato Marra costato alla sindaca la contestazione di abuso d’ufficio e falso. L’incrocio tra gli atti firmati dalla stessa Raggi e la conversazione via chat con Raffaele Marra — nel corso della quale lei si lamenta per non essere stata informata che il nuovo incarico avrebbe portato a un aumento di stipendio di 20 mila euro — convince l’accusa di aver ottenuto la prova evidente della sua responsabilità. E dunque di poter andare subito a processo. Anche perché nuovi elementi emergono dalle chat sequestrate dai carabinieri, dimostrando addirittura l’esistenza di un patto per spartirsi le nomine siglato prima delle elezioni al Campidoglio tra Raffaele Marra e Salvatore Romeo”.

[12] "Questa cosa dello stipendio (aumento, ndr) mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire”, scrive un’inviperita sindaca Virginia Raggi all’allora capo del personale Raffaele Marra su Telegram. Lo scambio di sms riguarda l’assunzione, con annesso ritocco del salario, più 20mila euro l’anno, a Renato, fratello di Raffaele, al vertice del Dipartimento turismo.
Il messaggio, depositato nei giorni scorsi in procura, rischia di imbarazzare, e non poco, la prima cittadina. Se sul piano giudiziario ci saranno conseguenze lo si vedrà nelle prossime settimane. Di sicuro potrebbe aprirsi per la sindaca un’infuocata questione politica. Il messaggio sconfessa la linea sin qui tenuta dalla Raggi, scritta nero su bianco in una memoria depositata lo scorso 15 dicembre all’Anac. “Mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte”, scriveva l’inquilina di palazzo Senatorio, in un documento depositato all’Autorità anticorruzione, in merito al ruolo giocato da Marra sull’assunzione del fratello”.

[13] “La polizza da 30mila euro per Raggi: il regalo del fedelissimo Romeo alla sindaca - A gennaio 2016 Romeo ha indicato l'allora candidata grillina come beneficiaria di una assicurazione vita. Un investimento da 30 mila euro. Qualche mese dopo la Raggi ha promosso il funzionario capo della sua segreteria triplicandogli lo stipendio. La procura indaga anche su altre polizze a favore di dirigenti grillini”.

[14]“Un servitore dello Stato»: così, un mese dopo averlo ricevuto alla Camera, Luigi Di Maio definì Raffaele Marra. Lo fece con un sms inviato a Virginia Raggi che a sua volta lo girò al suo fidato collaboratore. Era il 10 agosto scorso, la giunta era travolta dalle polemiche per il «caso Muraro» e Marra era sotto attacco di alcuni leader del Movimento Cinque Stelle che chiedevano alla sindaca di annullare la sua nomina a vice capo di gabinetto. Per questo — quando lui le manifestò il proprio stato d’animo ricordandole che il colloquio con Di Maio «è andato molto bene» — lei decise di rassicurarlo. Dunque non è vero, come Di Maio ha sostenuto più volte — anche domenica scorsa ospite di Lucia Annunziata a In ½ h — che «quel signore volevo cacciarlo». Sono le chat a svelare le contraddizioni della versione fornita dal vicepresidente della Camera, confermando quanto era già stato raccontato da svariati testimoni”. 

[15] “La Procura di Roma non ha dato alcuna notizia coperta da segreto investigativo»: la precisazione arriva, nel pomeriggio di martedì, da parte del procuratore della repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, a proposito della vicenda che coinvolge esponenti del Movimento Cinque Stelle. «La Procura - aggiunge Pignatone - ha comunicato nel corso del tempo al comune di Roma Capitale, su richiesta del commissario straordinario, prefetto Francesco Paolo Tronca, e del sindaco, Virginia Raggi, come anche ad altri enti pubblici su loro richiesta, informazioni su atti e procedimenti non coperti da segreto investigativo ai sensi dell’articolo 116 cpp». «In particolare, per quanto riguarda Raffaele Marra - conclude Pignatone - in risposta ad una richiesta in data 5 agosto 2016, è stato comunicato in data 12 agosto 2016 che nei confronti di Marra non vi erano iscrizioni suscettibili di comunicazioni, formula espressamente prevista dall’art 116 bis Disp. att. cpp. e che comprende sia il caso che non vi siano procedimenti pendenti, sia che risultino procedimenti coperti da segreto investigativo”.

[16] “M5s, “Di Maio difese Marra”: ma le chat dicono il contrario. La bufala di Corriere, Repubblica e Messaggero”

[17] “Salvatore Romeo ha aperto una terza polizza vita in favore di Virginia Raggi del valore di 8 mila euro. E lo ha fatto dopo che la sindaca, indagata per abuso d’ufficio, era stata convocata dai magistrati. Una mossa inspiegabile per gli inquirenti, che a questo punto non escludono possa trattarsi di una manovra per incastrarla. Anche perché la circostanza è stata contestata allo stesso Romeo durante l’interrogatorio avvenuto giovedì scorso nell’ambito dell’indagine dove è indagato con Raggi per abuso d’ufficio per la sua nomina a capo della sua segreteria. E lui si è limitato a rispondere che lo ha fatto «per affetto». Ma c’è un altra vicenda inquietante che lo riguarda: il 19 dicembre, primo giorno lavorativo dopo l’arresto di Raffaele Marra, una cassetta di sicurezza a lui intestata è stata completamente svuotata. Misteri che i pubblici ministeri coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo stanno cercando di chiarire proprio per delineare il ruolo avuto dai fedelissimi della sindaca sin dal loro ingresso al Comune di Roma”.

[18] “E alla fine, a finire intercettato dai carabinieri, toccò anche al capitano Gianpaolo Scafarto. Accade il 10 aprile scorso, ore 20.15 di sera. Scafarto si sente nell’occhio del ciclone perché in quelle ore non si parla d’altro che degli «errori» di cui era infarcita la sua informativa e si sfoga al telefono con un collega parigrado. «L’omissione contestata è una scelta investigativa precisa che ho condiviso anche con Woodcock», dice il capitano del Noe, braccio destro dei pm napoletani. Scafarto si riferisce alla principale delle contestazioni cui deve rispondere, ossia di avere prospettato alla procura di Roma che c’erano degli 007 a seguirli nelle attività di polizia, e non, come ormai era loro chiaro, un cittadino qualsiasi che si era trovato nella strada dove l’imprenditore Alfredo Romeo ha gli uffici e che banalmente cercava parcheggio. Nell’intercettazione, però, il capitano Scafarto dice molto di più. Viene fuori la paura di finire stritolato in un gioco più grande di lui. Riferisce di «pagare il conto per tanti». E fa nomi pesanti: il pm John Henry Woodcock, l’ex suo comandante Sergio De Caprio (al secolo Capitano Ultimo, ovvero il mitico ufficiale che arrestò Totò Riina e che nel frattempo è approdato al Noe), il generale dei carabinieri Vincenzo Paticchio (attuale comandante della legione Calabria). 

 È con questa intercettazione in mano che i pm romani, nell’interrogatorio del 10 maggio scorso, gli chiedono conto dei ripetuti errori. E quando l’ufficiale prova a svicolare, con un «quei fatti mi sembravano irrilevanti», lo incalzano. Scusi, come mai ci sono ben 3 intercettazioni nelle quali lei dice che non sono stati errori ma scelte investigative? È in questo interrogatorio che Scafarto ammette: «La necessità di compilare un capitolo specifico inerente al presunto coinvolgimento di personaggi dei servizi segreti fu da me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock. Io condivisi». Scafarto racconta il clima di paranoia che attraversa l’Arma. «Per quanto attiene al generale Pascali (comandante in capo del Noe, ndr) , atteso che dalle intercettazioni emergevano suoi rapporti con il generale Saltalamacchia (indagato a Napoli per una presunta fuga di notizie, ndr) a sua volta amico di Marroni, portai i relativi brogliacci al colonnello Sessa, lasciando che decidesse lui cosa fare».  

[19] “Alle cinque del pomeriggio di mercoledì scorso, di fronte al Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Paolo Ielo e al sostituto Mario Palazzi, l’interrogatorio di Scafarto si trasforma in un calvario, durante il quale all’ufficiale vengono contestate evidenze documentali — una chat whatsapp tra lui e gli uomini della squadra investigativa su Consip — che fanno piazza pulita della favoletta che voleva la stanchezza e l’enormità del materiale istruttorio da gestire i responsabili dell’errore di attribuzione (a Romeo invece che a Bocchino), nella memoria conclusiva consegnata ai pm di Napoli, di una conversazione intercettata. Quella che si voleva provasse gli incontri tra Romeo e Tiziano Renzi e che, agli occhi del capitano Scafarto, avrebbe reso possibile l’arresto del padre del Premier”.A Scafarto, i pm mostrano i messaggi scambiati in quella chat tra lui e suoi uomini tra il 2 e il 3 gennaio di quest’anno. I giorni immediatamente precedenti la consegna della memoria ai pm. Si legge il 2 gennaio:
Scafarto: «Per favore, qualcuno si ricorda se Romeo ha mai detto a qualcuno di aver visto, anche una mezza volta, Tiziano (Renzi ndr.)?»
La richiesta diventa frenetica il giorno successivo, il 3.
Scafarto: «Buongiorno a tutti… Forse abbiamo il riscontro di un incontro tra Romeo e Tiziano Renzi. Ieri ho sentito a verbale Mazzei, il quale ha riferito che il Romeo gli ha raccontato di aver cenato o pranzato (non ricordava) con Tiziano e Carlo Russo».È una circostanza per la quale va trovato un riscontro. Che Scafarto individua in una conversazione ambientale di cui dà gli estremi ai suoi uomini.
Scafarto: «Remo, per favore, riascoltala subito. Questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano (Renzi ndr.). Grazie. Attendo trascrizione».

[20] “La brutta fine del capitano Scafarto: due nuove accuse molto gravi per il capitano del NOE: avrebbe inventato un incontro tra Romeo e un uomo dell’AISE e avrebbe inviato fascicoli segreti ad altri poteri di sicurezza”