02/07/2018
DALLA PARTE DELLA “RAGIONE”

In uno Stato di diritto il processo penale non può trasformarsi in uno strumento illiberale ed oppressivo, sottratto a bilanciamenti e a controlli e alla certezza di  tempi ragionevoli.

La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane ha appreso che nel corso di un incontro tra ANM e Ministro della Giustizia, svoltosi – come si legge nella nota del Ministro - con reciproca soddisfazione ed in uno spirito di “massima condivisione dei progetti”, l'ANM avrebbe proposto al Ministro di fermare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado e di abolire il divieto di reformatio in peius. Già in occasione della circolazione della pubblicazione del cd. “contratto” di Governo, l’Unione ha manifestato il proprio pensiero sulle inaccettabili prospettive di riforma della giustizia penale, segnalandone l’impronta demagogica, l’approccio populista, ed i contenuti inequivocabilmente autoritari ed incostituzionali che contrassegnavano quel disegno. Con simili specifiche prospettive di riforma del processo penale, si segna evidentemente una distanza ancor maggiore da quelle linee di coerenza del nostro sistema processuale con i valori costituzionali e convenzionali del “giusto processo”. L'allungamento ulteriore, definitivo ed incontrollabile dei termini di prescrizione non solo contrasta con la ragionevole durata del processo e con la presunzione di innocenza, ma distrugge del tutto il senso del processo di appello che viene abbandonato a tempi non più regolati dai termini prescrizionali, spostando l’asse dell’accertamento giudiziario sul solo primo grado (quello più esposto all’influenza mediatica delle indagini), con l’indebolimento di ogni successivo e tempestivo controllo di merito e di legittimità. Con la conseguente distruzione e dispersione di tutti quei valori personali e reali, individuali e collettivi che sono legati all’accertamento giudiziario. Ancor più dissonanti con il sistema e con i principi fondamentali dell’ordinamento le ulteriori ipotesi di riforma che il Ministro intenderebbe coltivare, creando anche per la prescrizione un “doppio binario” che delimiti tale intervento solo a determinati reati che il ministero starebbe individuando su imperscrutabili basi “statistico-demagogiche”. Quanto a statistiche ricordi il Ministro che il 70% dei reati si prescrive in fase di indagine, nelle mani dei pubblici ministeri, e dunque molto prima che si giunga ad una sentenza di primo grado e all’esercizio dell’azione penale. È l’inefficienza del sistema, l’eccessivo numero di processi e di reati (che invece il Governo vorrebbe moltiplicare) ad intasare la macchina della giustizia.

Quanto all’abolizione del divieto della reformatio in peius, propugnata anch’essa dal Ministro, d’intesa con la magistratura associata, stravolgerebbe del tutto l'equilibrio del nostro processo, trasformando l’appello in una sorta di ordalia, in una sfida tra cittadino e Stato, nella quale chi è vittima di una ingiustizia può cercare di porvi rimedio solo esponendosi ad un rischio maggiore. Anche in questo caso le già critiche condizioni nelle quali versa il processo d’appello, troverebbero rimedio anziché in un potenziamento dello strumento di controllo in una sua marginalizzazione e compressione. Si è infine sentito dell’idea prospettata da ANM al Ministro di intervenire sulla immodificabilità del giudice, estendendo ai fatti di corruzione le ipotesi di reato nelle quali si potrebbe rinunciare a tale principio e con esso ai fondamentali presidi dell’immediatezza e della oralità, approfondendo anche in questo caso il solco del “doppio binario” ed incidendo ancor più estesamente sulla tenuta stessa del sistema accusatorio. Se da parte della magistratura associata e del Ministro è questo è il modo di intendere quella “semplificazione” di cui si legge nel “contratto” del Governo, si tratta evidentemente di una “truffa delle etichette”, perché sotto tale nome si vogliono a ben vedere introdurre nell’ordinamento norme devastanti che rischiano di smantellare definitivamente l’identità del nostro codice contrabbandando le stesse per strumenti utili al recupero di efficienza del sistema. Lo stravolgimento che solo tali ipotesi di riforma del processo penale, contrarie allo standard minimo di tutela dei diritti e delle garanzie del cittadino, apporterebbero al nostro sistema è di tale evidenza che se ne deve necessariamente denunciare la matrice autoritaria, antidemocratica ed illiberale e la vistosa contrarietà ai nostri principi costituzionali e convenzionali. Di fronte a simili manifestazioni di profonda incomprensione delle esigenze reali della giustizia penale nel nostro Paese, e della necessità e dell’urgenza di procedere ad una riforma ordinamentale del sistema e di rifondazione del processo accusatorio, già a Bari l’avvocatura penale italiana ha in Assemblea con fermezza espresso la propria opinione sulle azioni del Ministro e del Governo in materia di giustizia penale.  E su quella stessa linea l’Unione intende agire, raccogliendo attorno alla sua voce ed alla sua protesta ed alla idea di ricostruzione del processo e dell’ordinamento penale, tutte le voci più autorevoli dell’accademia, della politica e della società. Siamo pronti a confrontarci con tutte le forze di governo e di opposizione, e con tutti coloro che, nella magistratura e nei suoi organismi rappresentativi, abbiano una idea ancora democratica delle garanzie e del processo, come patrimonio inalienabile di tutti i cittadini, che in uno stato di diritto non può certo trasformarsi in uno strumento illiberale ed  oppressivo, sottratto a bilanciamenti, a controlli ed alla certezza di tempi ragionevoli.

 

Roma, 2 luglio 2018

La Giunta

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