05/11/2019
Il fiume in piena
L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria interviene su alcune recenti tematiche.
 

Torniamo sui nostri temi, dopo un autunno caldo che promette temperature rigidissime.

Sembra che l’intervento della Consulta in materia di ergastolo ostativo una certa stampa non riesca proprio a comprenderlo.

Ma forse non è così.

Le vere ragioni dei nuovi principi, stabiliti sul tema prima dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, poi dalla Corte Costituzionale Italiana, cedono come al solito il passo al solito sensazionalismo:

“Hanno abolito l’ergastolo per i mafiosi assassini!”

“Il parlamento accetterà di smantellare l’antimafia?”

“Borsellino e Falcone, si rivolterebbero nella tomba!”

“La sentenza della Corte Europea ignora la storia e le sue tragedie”

Questi sono soltanto alcuni dei titoli disinformanti che abbiamo letto in questi giorni sui giornali.

Qualcuno ha addirittura affermato che i Giudici delle leggi avrebbero deciso di abolire l’ergastolo ostativo con una stretta maggioranza e, di conseguenza, sarebbe auspicabile che la “pena senza fine”, ovvero preclusiva della concedibilità di qualunque  beneficio di legge, venisse reintrodotta nel nostro ordinamento a furor di popolo.

Sull’onda di queste notizie “Il Fatto Quotidiano” ha addirittura indetto una petizione tra i propri lettori volta a far si che il Legislatore operi immediatamente una sorta di riduzione in pristino ignorando - o peggio saltando a piedi pari - la decisione della Corte Costituzionale.

Se poi un giudice di sorveglianza tra i più autorevoli illustra la vera portata, i veri effetti della soluzione presa dai giudici delle leggi durante un’intervista in televisione, precisando che:

- l’ergastolo ostativo non è stato per nulla abolito e che di fatto si è introdotta la possibilità ai detenuti senza fine di sperare con il lumicino in una redenzione sociale;

- i controlli saranno devoluti alla magistratura di sorveglianza, solo dopo un lungo termine di pena scontata;

- l’idea della pena senza fine non appartiene a nessuno stato di diritto quale si vanta di esser l’Italia;

- gli stessi Falcone e Borsellino intendevano il carcere duro negli stessi identici termini che risultano ora (e finalmente), dopo l’intervento delle più alte corti di giustizia che il nostro ordinamento riconosce……

Tutto ciò non conta!

Il giudice, secondo una giornalista, si dimentica che “mafioso” è per sempre, che i controlli della magistratura non possono bastare perché i contatti dall’esilio del carcere duro con le associazioni criminali sono mantenuti grazie agli Avvocati!

E così torna per l’ennesima volta in gioco il messaggio inaccettabile, che suggerisce all’opinione pubblica l’idea che il difensore si accompagni in tutto e per tutto al proprio assistito.

Ma non basta, visto che qualcuno, contro ogni statistica, si azzarda pure a sostenere che gli avvocati, che in questo momento si battono strenuamente affinché non venga abolito l’istituto della prescrizione, sarebbero responsabili delle lungaggini processuali che provocano l’oblio.

A questo proposito, l’ultimo numero di Panorama merita un cenno particolare perché i titoli di copertina e l’articolo di Francesco Bonazzi rappresentano in modo plastico la travolgente essenza del processo mediatico.

Se i processi penali a carico di tutti i vertici dei maggiori crac bancari del nostro paese rischiano di andare prescritti a causa di annullamenti da parte della Corte Suprema di Cassazione e delle “richieste” dei difensori, gli imputati vengono pubblicamente definiti “IMPUNITI”, “COLORO CHE NESSUNO PUO’ GIUDICARE”.

Ma ce n’è per tutti.

Se a Treviso il processo di Veneto Banca sta andando incontro alla prescrizione, è colpa della magistratura che ha scelto di accusare soltanto Consoli, e del fatto che le aule di quel Tribunale non sono abbastanza capienti per contenere tutte le parti civili del processo.

Se a Vicenza (Popolare di Vicenza) il principale degli imputati si reca momentaneamente all’estero, dopo aver assistito e presenziato a tutte le udienze del proprio processo, si grida allo scandalo e piovono critiche alla magistratura, colpevole di non aver anticipato le pene attraverso l’adozione di misure cautelari che hanno permesso questo scempio, ovverosia un rinvio durante il quale la prescrizione resterà sospesa.

E’ sufficiente un articolo di cinque pagine per risolvere tutto, anticipare sentenze, punire chi si sta ancora difendendo in un processo che dura da troppo tempo.

Frattanto, non solo le ordinanze di custodia cautelare in Italia vengono emesse in gran numero, ma vengono addirittura pubblicate in edicola, magari rilegate in un libro - così come è accaduto per il famigerato caso di Bibbiano - in modo da anticipare di qualche anno, senza inutili contraddittori e perdite di tempo, le sentenze di condanna.

Last but not least, a Milano, nel caso del disastro ferroviario di Pioltello, è accaduto che prima di aver avuto il tempo minimo necessario per prender copia delle carte, i difensori incaricati hanno potuto vedere in televisione, unitamente al resto degli Italiani, un bel filmato riassuntivo dell’intera indagine, montato dagli inquirenti.

Il populismo penale crea danni a tutti, anche a coloro che credono di poterlo utilizzare o dominare,  che si ergono ad interpreti di leggi e di sentenze senza comprenderne tecnicamente i contenuti, o peggio, senza conoscerli.

La Giustizia richiede invece spettatori imparziali, immuni da immagini ritoccate ed informazioni sbagliate ed affrettate.

Come afferma Giuseppe De Tomaso sulla Gazzetta del Mezzogiorno, tra le suggestioni prodotte dal processo mediatico e i tempi lunghi di una giustizia penale malata, il rischio che il principio di non colpevolezza finisca per evaporare nella coscienza collettiva è tutto tranne che ipotetico.

Ogni cittadino ha il diritto di ricevere le informazioni corrette perche è su questo che si fonda una democrazia liberale che gli consegna il compito di decidere chi lo debba governare.

Sta a noi tutti, operatori di settore, arginare questo fiume da troppo tempo in piena e ridare dignità al giusto processo.

Roma, 5 novembre 2019

L'Osservatorio Informazione giudiziaria UCPI