06/08/2020
Dio li fa e non li accompagna

Dopo i fatti di Livorno, l'Osservatorio sull'Informazione Giudiziaria interviene sulla rappresentazione mediatica dell'indagine di Piacenza e sulla identificazione del difensore con il proprio assistito da parte di alcuni media.

A Piacenza, come tutti sappiamo, è stata avviata un’indagine per fatti gravi, che purtroppo riguardano ancora le forze dell’ordine, che hanno comportato arresti ed il sequestro di una intera caserma dei Carabinieri cui è seguita la consueta conferenza stampa da parte della Procura.

Immediata è stata la risposta mediatica, ormai divenuta requisitoria anticipata: proiezione di slide ed esibizione di materiale probatorio accuratamente selezionato da dare in pasto ai cronisti, prima di qualsiasi contraddittorio.

Sono così stati trasmessi in diretta televisiva file audio relativi ad intercettazioni ambientali, letti i brogliacci delle captazioni telefoniche e telematiche, mostrate immagini di alcuni indagati ritratti assieme a personaggi “di malaffare”, nella sempre più dilagante prospettiva di supporto delle accuse che verranno mosse nella sede naturale quale è un Tribunale.

Ma non basta: scattano immediatamente le indagini mediatiche con gli inviati che intervistavano testimoni e persone offese, tra cui alcuni gestori di locali pubblici frequentati dagli indagati per tracciarne le dissolute abitudini di vita sulla scia dell’ormai consueta pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare su internet. A seguire le interviste dei Difensori appena usciti dal carcere per avere anticipazioni sul contenuto delle prime dichiarazioni rese dai loro assistiti dopo l’arresto.

Senonché uno di questi colleghi, reduce da tre ore di udienza, ha “osato” (e bene ha fatto) opporre un sostanziale silenzio stampa che ha irritato a tal punto i giornalisti da portarli ad indagare anche su di lui, sul suo rapporto con il cliente, sulle sue idee e sul suo impegno politico così delegittimandone il ruolo attraverso il solito subdolo meccanismo di associazione del difensore con il proprio assistito e con l’ambiente in cui è nato il caso giudiziario affidatogli.

Per il quotidiano la Repubblica, l’avvocato Solari (il legale dell’appuntato Montella) difende il proprio cliente “perché sono entrambi di estrema destra e, probabilmente, il concetto di Stato e controllo del territorio che li accomuna sarà alla base della linea difensiva e dei loro discorsi in carcere……”. In altre parole: di tutta l’erba un “fascio”.

Quindi non solo Montella è colpevole fino a prova contraria, ma lo è ancor di più, perché si fa difendere da un “estremista” come lui, che senz’altro si siederà al suo fianco tentando di salvarlo sol perché ne condivide le idee politiche.

Il messaggio che passa, ancora una volta, è quello inaccettabile per cui avvocato e assistito sono entrambi figli di un Dio minore che li fa e poi, necessariamente, li accompagna.

Così non va, non ci stiamo! Gli avvocati, quelli veri, sono complici soltanto della propria toga e non ne possono più di sentir sputare dai media sentenze anticipate di condanna, in spregio ad ogni sacramento costituzionale.

Assistiamo da troppo tempo al pubblico vituperio della presunzione di innocenza, della parità tra accusa e difesa, del rispetto del contraddittorio, del diritto di difesa, dei principi giusto processo, della terzietà del giudice e diventa sempre più difficile combattere soprattutto con chi crede (e stanno diventando molti) che ci sia un minimo comune denominatore tra avvocato, cliente e reato.

Dopo il convegno svoltosi a Roma nel gennaio 2020 ci sembrava che almeno sulla salvaguardia di questi valori fossimo tutti d’accordo, Pubblici Ministeri, Avvocati e Giornalisti. Forse ci siamo sbagliati….. a Piacenza, come a Livorno - in cui il clamore di un’ indagine ha portato addirittura a girare una sorta di reportage sui luoghi ove si stava svolgendo un arresto da parte di un giornalista salito su un elicottero appartenente ad un Corpo militare - che fine hanno fatto le indicazioni del CSM sui rapporti che le Procure debbono tenere con la stampa, i buoni propositi delle circolari dei Procuratori della Repubblica Melillo e Greco, i richiami al rispetto dei codici deontologici di ciascuna categoria?

Requisitorie al posto di misurate conferenze stampa, pubblicazione di immagini di persone ammanettate e di stralci di intercettazioni che riguardano vicende personali degli indagati avulse dal procedimento in corso, non fanno che alimentare nel pubblico la regola del sospetto e gettano pericolose ombre sull’avvocato difensore, visto come potenziale sodale del proprio assistito anziché custode delle garanzie del processo accusatorio.

E’ giunto il tempo di una regolamentazione che passi al vaglio del Parlamento. Solo una legge, infatti, può porre limiti cogenti e generali ad un fenomeno che ormai non ha più regole né confini e, come tale, è in grado di travolgere chiunque nel proprio vortice -senza esclusione di colpi- con buona pace della democrazia e dei diritti che ne sono espressione. 

Roma, 6 agosto 2020

L’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria